venerdì 1 febbraio 2013

Il miracolo della Provvidenza

Giornate strane quelle di fine gennaio... Un turbinio di pensieri, sensazioni, talvolta difficili da gestire perché toccano il profondo dell'anima scuotendola, facendola gridare miseramente. Cammino nel silenzio del mattino: il rombo di qualche macchina squarcia quella coltre così desiderata. Anche l'anima s'immerge nel silenzio e così si rende consapevole dell'esistenza di tanti silenzi che non oseremmo nemmeno esplorare, tanto ti lasciano l'amaro della solitudine più intensa. È grigio il mare, sospeso tra un sole che gagliardo si cerca di fare strada tra nubi soffocanti che sembrano voler ingoiare con un solo boccone l'intera massa d'acqua. La cosa più drammatica è quella domanda terribile, esordio possibile di una crisi di fede che  può evolvere in modo positivo ma non sempre è così: dov'è Dio? È una domanda terribile che scuote il cuore nelle sue corde più profonde. Le scuote, le suona, quella melodia che si espande, è l'urlo di tanti altri cuori che, assopiti in un sonno letale, non si accorgono che quella domanda, quella tragica domanda, è quella che  potrebbe ritemprarli, risvegliarli da quel torpore che trascina ad una morte silente ed ignorata. Ignorata,  perché si mantengono i propri doveri “imposti” dalla fede e all'appartenenza al cattolicesimo e per questo, con conseguenze letali. Al contrario, quella domanda tragica, è la chiave di svolta. Ma dov'è Dio? Si sente l'abbandono, mai come adesso ci si rende conto dell'importanza dei nomi astratti e di come il loro significato sia ancor più concreto di quello dei nomi che in grammatica definiamo “concreti”. Abbandono. Parola grossa. Senza legame, sola. Tutto in certi momenti sembra perduto. Si richiamano alla mente i momenti in cui Dio ha agito potentemente nella propria vita. Un piccolo sollievo, ma poi  ritornano alla mente le illusioni che hanno guidato la vita, vive e scarne allo stesso tempo: sembrava di conoscere la volontà di Dio che Lui indicasse chiaramente il sentiero da percorrere e che comunque, alcune prove non erano fini a se stesse, ma nascondevano un disegno che si deve compiere, in modo doloroso, ma quello era l'unico modo per svelare la volontà di Dio. Ma poi, quel sentiero svanisce improvvisamente. Una coltre di nubi nere come la pece cela nuovamente, in modo ancor più drammatico il suo volere che sembrava essere emerso un'altra volta, prepotentemente, ma poi, costretto anch'esso a naufragare, come una nave senza il suo comandante. Perché Signore? Cosa desideri da me? Cosa vuoi che io faccia? Avevo cercato la tua volontà, mi pareva di averla trovata in questo nuovo stato di vita che tu (anzi gli uomini, ma che tu hai permesso) mi avevi imposto, invece no. Non sono stata capace di leggerla, di interpretarla. Allora, cosa vuoi da me? Cosa vuoi che io faccia? Il vento gioca con i rami scheletrici protesi verso il cielo, un cielo silenzioso, grigio che pare voler piangere, riversare tutto il suo dolore su un asfalto umido, che attende. Ma l'attesa continua. Eppure il Signore non si stanca di cercarmi. Sono io ad essere cieca, perché il dolore anestetizza, ti acceca, non senti più nulla. Mi parla attraverso il sacerdote, durante la messa: piccole parole che ridanno speranza. Piccoli semi, come quelli raccontati da Gesù stamattina, ma che crescono fino a diventare alberi. Non si può notare la crescita della piantina, ma questa continua a crescere. Piccoli scorci che fanno passare i raggi del sole che illuminano leggermente il cielo della mia anima. Raggi che profondono un tenue calore che, dopo il lungo inverno rigido, fanno piacere. Mi verrebbe voglia di non vedere più il tuo volto, di scappare da esso per non provare nuovamente delusione nei tuoi confronti, ma poi la tua presenza mi attira tenacemente e non so sfuggirla. Vinco il timore della delusione e ritorno ai tuoi piedi, sentendo la tua voce come un'eco piacevole che mi ricorda di non temere, che c'è un significato, un senso a tutto ciò che mi sta accadendo.